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Society, you’re a crazy breed

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Society, you’re a crazy breed è un progetto concepito come un’unica grande installazione all’interno di un ampio spazio espositivo, la Fondazione Merz di Torino, un centro di cultura che ha invitato gli artisti a relazionarsi con la sua storia, mettendo a confronto la loro ricerca artistica con il suo vissuto industriale e dismesso.

L’installazione è nata dallo studio e dall’assemblaggio di centinaia di fotografie scattate da Botto e Bruno nel corso degli anni, in un reportage concentrato su un paesaggio urbano, una zona della città che è molto cambiata negli ultimi anni, un posto in qualche modo importante e ora non esiste più. La Fondazione è divenuta il fulcro attorno a cui far ruotare i ricordi e immaginare un futuro alternativo, per cui hanno voluto dare vita ad una delle cisterne che in origine occupavano gli spazi della Fondazione, investendola del ruolo di incubatrice di memoria e di immaginazione. La struttura è percepibile come un luogo abbandonato, al invaso da una natura quasi aliena, modificata geneticamente, che riprende i suoi spazi, una natura poetica e violenta. Il cinema di quartiere accanto alla cisterna è invece una realtà che accomuna i ricordi d’infanzia di entrambi gli artisti, ma è un luogo inventato, dove durante l’esposizione erano proiettati stralci di film che hanno segnato il percorso artistico della coppia.

In una stanza della Fondazione sono state allestite sei teche con il materiale relativo il progetto e l’installazione, un evento eccezionale, la prima occasione di esposizione di una componente molto privata del lavoro di Botto e Bruno.

L’opera è realizzata mediante stampa di immagini fotografiche su bobine che misurano 500 cm per infinito, applicate a seguire su una struttura in ferro e legno per le pareti, mentre la pavimentazione è stata commissionata dalla Fondazione, in PVC adesivo.

Estratti dall’intervista tecnica a Botto e Bruno:

“La Fondazione mi ha sempre ricordato la mia infanzia, ci passavo davanti quando ero piccola, l’idea di tornarci da adulta mi affascinava. Abbiamo cercato innanzitutto di capire il quartiere, cosa è diventato negli anni, perché io lo ricordavo operaio mentre oggi è abbastanza anonimo, ha perso la sua identità. Lo stesso principio di ricerca di tracce l’abbiamo applicato alla Fondazione, la prima cosa che ci ha colpito sono state le tracce, i cerchi che s’incontrano all’ingresso, l’impronta delle cisterne di raffreddamento che prima si trovavano in questi locali. Abbiamo pensato “perché non far riaffiorare una di queste cisterne?” avviando un lavoro di ricerca sullo stato delle città, principalmente europee.”

“Per lavori così imponenti siamo arrivati a utilizzare circa 800-900 immagini. Incominciamo da piccoli particolari, anche solo un filo d’erba, un pezzo di architettura o di cielo, che vengono ritagliati e assemblati per ricostruire un nuovo cielo, un nuovo spazio. Sappiamo cosa vogliamo raccontare quando iniziamo questo processo, ma non sappiamo che immagine ne verrà fuori, ogni particolare ne chiama un altro.”

“Questa installazione ci ha richiesto quasi 8 mesi di lavoro e poi due settimane di montaggio solo per le strutture, 10 ore al giorno in cui eravamo aiutati da altre due persone per stendere la colla. E considera che il pavimento non l’abbiamo realizzato noi.”

“Gli interventi esterni ci preoccupano sempre molto di più, perché dobbiamo relazionarci con più elementi, quelli climatici, la sicurezza ed il pubblico. Non tutti hanno rispetto per le opere, e quando sono fuori da un contesto museale il rischio è anche maggiore. Bisogna tenere conto che le opere possono rovinarsi, ma i materiali che utilizziamo hanno 5 anni di garanzia, perciò più che gli aspetti climatici ci preoccupa il pubblico.”

“Le nostre non sono opere monumento, dunque sappiamo che possono capitare imprevisti dovuti a situazioni o persone, ma facciamo il possibile per la scelta dei materiali più resistenti. Il tempo può quindi ingiallire leggermente, può invecchiare i nostri lavori, ed in questi casi va bene così, non è necessario intervenire.”

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